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Qualche giorno fa mi sono stati dati parecchi filmati e fotografie provenienti da Efrin (Afrin) il cantone della Siria del Nord investito dall’offensiva turca di fine gennaio e tutt’ora in corso. Mi era stato chiesto di montare un breve filmato, con urgenza.

Le immagini in cui mi sono immerso si aprivano sul panorama di una periferia, vista da lontano. Case abbastanza alte, moderne, sul verde dell’erba invernale, una mattina soleggiata. Fioriscono tre nuvolette di fumo bianco che crescono al passare dei secondi. Poi macerie, case sventrate. Poi tocca ai feriti che arrivano all’ospedale, tocca ai morti, al pupazzo in pagliaccetto che era stato uno o una bambina piccola, tre o quattro anni. Viene deposto su una coperta che contiene i resti smembrati di un o una adulta. E poi bambine e bambine. Alcuni morti oppure feriti. Scelgo, scarto. Alla fine compongo una specie di racconto, aggiungo i testi che mi sono stati richiesti e consegno.


C’erano anche le interviste ai superstiti, il dolore e lo sconforto dei parenti, la conferenza stampa –composta, ferma- di un dirigente (politico?sanitario?). Non comprendo la lingua. C’era il chirurgo che allargava le braccia. C’erano i soccorritori solleciti. C’era il dirigente (politico? amministrativo?) che, mostrando dei feriti ricoverati, con un gesto del braccio sembrava trarre conferma dalla veridicità della scena per la veridicità del suo discorso. L’avrebbe fatto chiunque, qualunque nostro sindaco di un paese terremotato, ma nei suoi gesti –composti- era presente una tensione che ai miei occhi (malati?) era diversa, evidente e trattenuta. C’era l’aspetto efficiente e dignitoso dell’ospedale, c’era l’idea di una vita quotidiana civile e dignitosa lacerata dalla guerra. C’erano madri con bambine nella loro casa distrutta. Si vedevano i fotografi affollarsi attorno alle barelle e i commentatori con il microfono con sullo sfondo colonne di fumo. Infine c’era una bambina, ferita leggermente. Aveva un pigiamino rosso e stava accoccolata su un letto sbocconcellando un dolcetto. Era vivace e sembrava persino allegra. Poi, se si osservava con attenzione il suo sguardo che saltellava sui presenti, si vedevano bene gli occhi e questi erano spenti, pieni di incomprensione e panico.


A un certo punto ho deciso che non ce la facevo più non tanto a vedere quelle scene, ma a selezionarle, a sceglierle sulla base dell’efficacia. Lì ho avvertito due piani. Da un lato il perfezionamento del filmato, quel poco di montaggio che posso intuire, e il desiderio che quel prodotto possa diventare potente come una mano che spazi via la guerra. Dall’altro il bisogno di sentire il fiato degli altri, dei miei simili, di condividere la paura e l’orrore che provavo direttamente davanti alle immagini, al di là di cosa esse potessero rappresentare.


E poiché erano quelle scartate a urlare più forte e poiché avrei preferito averne l’odore nel naso piuttosto che farmici bruciare il cervello, ho deciso di pubblicarle, di metterle a disposizione sul mio cloud.
Anche lì mi ha assalito la paura e sono stato incerto: non sono un giornalista, non conosco queste cose, sono immagini che turbano e a che titolo me ne prendo la responsabilità non saprei dire. Non saprei dire con quale coscienza le espongo, sulla base di quale etica. 

Poi lo ho fatto, ma senza che questo mi tranquillizzasse. Le immagini ancora urlano e solo gli altri mi possono dire se ho fatto bene o no 

Intanto, il filmato che avevo montato era stato messo su youtube. Accanto ce ne erano numerosi altri e alcuni erano di propaganda turca: potenti TIR che si dirigono al fronte stracarichi di cose, potenti aerei che paracadutano quintali di cose per rifornimento, ghigni. Poi non so, non ce l’ho fatta a vederli.

Mi sono chiesto dove pubblicare questo... racconto? e ho deciso di farlo qui, in "sui generis". Perchè ho iniziato a amare quel paese lavorando per il progetto della Casa delle Donne di Kobane, finanziato dai valdesi, certamente. Ma anche perché voglio credere che le donne di Kobane e le donne in lotta ovunque mi abbiano insegnato che ci sono cose che vanno oltre l'efficacia, che ci sono altri piani su cui rischiare.

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G. S.:

Nato a metà del secolo scorso, di sesso maschile, ha vissuto il periodo degli anni sessanta e settanta anche come uno scardinamento delle identità, compresa quella di genere, e l'apertura di nuove prospettive di liberazione oltre la sconfitta sociale e politica. Vorrebbe dire di sé: "L'incontro nel 2016 con Pontedonna e le lotte delle donne nel Nord della Siria sono stati fondamentali per ritrovare il senso di un conflitto interiore non solo personale e immaginare per esso una prospettiva di liberazione collettiva."

 

carla

 

Carla Centioni, militante femminista, si forma a partire dalle lotte alla fine degli anni settanta.Si dedica al contrasto della violenza maschile sulle donne anche come presidente dell'Associazione Ponte Donna, che svolge le sue attività a Roma e provincia e che è stata capofila del progetto Ri/costruiamo Kobane, la Casa delle Donne, finanziato con l'8 x mille delle Chiese Metodiste e Valdese. Attualmente conduce anche la "Campagna Artisti" a favore delle cooperative di donne del Nord della Siria.

 

 

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Maria Teresa Iervolino, detta Maite, (1974) ha studiato lingua e letteratura inglese, ceca e serbo-croata presso l'Orientale di Napoli ed ha completato la propria formazione in Irlanda, Repubblica Ceca, Croazia e Serbia. E' interessata particolarmente alla letteratura e alla cultura ceca e serbo-croata del Novecento e si occupa di traduzione, studi interculturali, lessicografia e linguistica. Da alcuni anni si dedica a progetti sulla cultura della memoria e della resistenza. Ha pubblicato curatele, contributi, oltre che saggi e articoli su Ivan Klíma (La trilogia di Ivan KlímaLa storia, i primi amori, il dissenso, Pecob’s papers series, 2012), Predrag Matvejević e Giacomo Scotti e materiale lessicografico sulla Shoah e sul Sessantotto e il dissenso (e.g. Il secolo pazzo, sessantotto, primavere e vie europee del dissenso, Mephite, 2014 e in corso di ripubblicazione per Edizioni Melagrana, Il Sessantotto e oltre, racconto di una speranza in Anni '70 il racconto di una speranza, di V. Starnone, Iod Edizioni). Di Ivan Klíma ha tradotto, per la prima volta in italiano il racconto Miriam (Mephite, 2012), riedito poi da Iod Edizioni con il titolo Miriam, il primo amore (2016) e la scelta antologica di racconti Una voce da Terezín, Miriam e altri racconti 2015.

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